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 l’eroe - 1969

 

 

 

 

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il sacrificio pare compiersi nella penombra effusiva di una caverna, risonante del gemito d’un primitivo che addomestica il rantolo segreto della natura, mentre la bruma stratificata è in perenne procinto di stramazzare al chiarore d’un fuoco di conoscenza.

 

qui, il sacrificio: il segno, è assassinato, come un graffito schiantato ad ulcerare la superficie pietrosa per fondersi in un esoterico amplesso minerale. mutilato, della carica semantica, del succoso ma greve fardello di significato, dalla schiavitù dell’indicare “altro/da/sé”. il segno è distrutto; ora è traccia. una “distruzione demiurgica”, quella di franchini.

 

distruzione implacabile, rituale, da dio diluviante.

 

il segno è snidato dall’approdo stabile della forma/esperienza: è fuori dall’eden del significato, a farsi carne col sudore della spatola. é perfino spolpato della propria natura di significante, raschiato fino alla struttura nuda ma sfuggente, sfilacciato ad esile lenza inquieta e accartocciata. a sondare il mare di sudore terrestre.

 

demiurgia dionisiaca, euforia creativa: il segno/lenza si gode la libertà da baccante, lanciato a scandagliare i flutti dell’arte/vita. mare ben agitato, gorgoso come vino che ribolle. mare in cui il segno, denaturato, insegue la propria doppia natura: linguistica (arte), semantica (vita).

 

ricerca, mitica, quella del segno/lenza, grovigliosa e inesausta, una continua danza sopra sé stesso, tra lo stordimento impaurito del sacrificio imminente e l’emozione ebbra del vino trascolorante in sangue. ecco, il sangue: il fiotto cercato dal dio diluviante, col suo filo, piegato e ripiegato, fino a diventare la vena pulsante dell’uomo.    

 

senti il mondo, creatore?

 

il filo di Dio, il segno intangibile, il raggelato rapporto significante/significato si scioglie nel vino e nel sangue, e si trasforma: ora è il filo dell’uomo, il segno è diventato traccia. é il solco spumoso della lenza che riga il flutto inesorabile; é lo strascico sofferto della pietra acuminata che incide la parete rugosa dell’antro; é il rivolo di vino sulla gota cespugliosa del satiro.

 

si, il segno si trasfigura in scia: la creazione più “pura”, primitiva, non miracolosa, imperfetta, quella naturale dell’esistenza, dell’esserci stato.

 

il segno come traccia della circolazione creativa: di più, traccia della circolazione. sanguigna. l’inquietudine di ricercare attesta l’essere/nel/mondo; il segno manifesta quell’inquietudine, l’eco di sangue, perpetua, rantolante.

 

sfilacciato, quel segno; le orge sfibrano. e ricomposto, nella sublime compostezza dell’emozione, nella naturalità dell’essere-per-creare: nell’orgia che è diventata pacata iniziazione misterica a sfondo erotico, celebrazione della fertilità ritrovata. tra le grinze aguzze della spelonca – o nelle scanalature algide del tempio –  come nel gorgoglio della schiuma marina – o nell’amaranto sfasciume alcolico d’una coppa - compaiono un tuffatore, crocefissi, figure danzanti, processioni, cavalli, scene di eros, corpi, lotte.

 

il mito, la storia, la tradizione: ne resta solo il lessico primordiale, vocaboli isolati, un piano divino decostruito per tornare a misura d’uomo, il carro d’Apollo dirottato in un baccanale, fatto cadere: è caduco l’uomo, labilità emozionante.

 

il racconto, il mito è da riscrivere: aggiungendo al significante – nella sua purezza mutila del significato distrutto – una nuova linfa – o un nuovo sangue, una ragione attinta dalla creazione, una ragione attinta dell’emozione.

 

la ricerca del distruttore-demiurgo franchini, ricerca di una sintesi creativa, di una sintesi, tout court, tra l’impulso emozionale de-costruttivo e l’esigenza razionale della creazione ripianificatrice, tra distruzione e creazione: separate da un filo, sottile, come il capillare sulla fronte d’una menade, che custodisce, tempio di carne, il segreto divino –  o umanissimo –  dell’esistenza.

 

 

Antonio Maiorino

 

maggio 2008

 

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