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I QUATTORDICI PASSI DELLA VIAGGIATRICE

 

 

scritture per Irene Fargo

poi abbandonate

 

 

 

primo passo

(condannato a morte)

  

 

sono partita senza pentimento

abbandonando il corpo stanco

lasciando qui la mia pazienza

affidandomi  al tramonto

una via per l’orizzonte

molli nuvole a giaciglio

una stella per amante

pellegrina della luce

cacciatrice di una fuga

delicata al suono d’arpa

sono partita

da una città rosata

per andare oltre la porta

oltre la follia dell’arpa

viaggiatrice solitaria

di un segreto dentro il tempo

dove vado è la ragione

grido tutto il mio silenzio

  

 

secondo passo

(caricato della  croce)

 

 

in una stanza dalle pareti pure

ho lasciato un cuore

bianco come il marmo

quando la vena soffia

su una spiga di grano

di un docile  inverno

quando trema il vento

poi si strappa il fuoco

perché la fiamma

taccia  il suo lamento

ho una bottiglia

ove soffio il sogno

ho un manto

dove cullo il pianto

un fiocco di cotone da filare

ho il pretesto di un leopardo distratto

di una gazzella snella

che viva nel deserto

 

 

terzo passo

(cade la prima volta)

 

 

 un poeta mi fermò

-la tua bocca la tua bocca

ha il respiro della mia rovina

voglio che tu mi veda la notte

quando il silenzio ristora

i fuochi delle guerre

voglio che tu mi veda all’alba

quando la luce preavvisa il suo tramonto

insieme

malati del sonno dell’errore

mutati nel gioco delle mani

che il sogno concede

ai cuori amanti-

da questo giuramento ne uscii via

forse ingiusta forse anche sleale

era un tempo sbadato

e anche sgarbato

e uguale è il dolore che mi resta

agonia dell’abbandono e del rimorso

ma il  frutto delle labbra  segnò  il  passo  

 

 

quarto passo

(incontra la madre)

 

 

stavo ascoltando un vento lento

venne una donna

con il ventre pronto

forse una figlia o un figlio

attendeva un canto

vicino disse:

-il mio racconto

è partorire il mare

quando separa il mondo

è attendere l’addio

prima di un  principio-

tolse il fermaglio  

cadde la sua veste

affrontò l’onda

tremò forte il cielo

divise il mondo

ognuno ebbe una sorte

chi scelse di fermarsi

chi andare verso il mare

lo schianto mi parlò

del mio sogno di madre

 

 

quinto passo

(aiutato da simone)

 

 

il mio silenzio è equivoco

non lo nascondo

la mia passione è solo nel ricordo

attendo che mi parli

con frasi di un eterno addio

come il nero

del seno della notte

mi faccio lontana

poi mi avvicino

come una carta adolescente

dove le dita tracciano pensieri

che stropicciata poi si butta via  

il colore del sangue mi respinge

una triste ferita mi avvicina

insieme

nella coppa di orizzonte

chiederà conto della mia vergogna

 

 

sesto passo

(la veronica)

  

 

indifferente alla festa di nozze

di un mendicante di orchidee

indifferente alla sera di donna

di una luna sanguinante

indifferente ad un vestito d’oro

di una lupa tremolante

indifferente alla marea di marmo

di un mare senza incanto

indifferente alle ardite  promesse

di  un cuore dolorante

baciai la guancia di un fiore

di un sorriso discreto

danzai d’intorno

attizzando il fuoco

blu come il profondo

dell’infinito tempo

 

 

settimo passo

(cade la seconda volta)

  

 

una bambina dagli occhi profumati

strinse la  mano

mi vestì con lacrime candide  

di pianeti risplendenti

ma ebbi paura

strappai dal collo le collane

caddero in terra gemme sconosciute

rotolando

di lontano mi lacerò un lamento

conto la mia apologia

assediata da mille voci  inermi

mi avvolsi  intorno al mondo

la bambina sussurrò:

-ogni grano di collana è una stella

ogni stella è il cuore di una vita-

ora recito il desiderio

di un campo gemmato

compreso nella mano

 

 

ottavo passo

(incontra le donne)

 

 

arazzi di donne

mostrati per la via

dove incontro

mute parole di innocenza

desiderio dei boschi

o delle vaste pianure

dove raccolgo il silenzio

le donne non hanno voce

se non nella gioia

assediata dai gerani

mentre dorme un rapace

e la luna si inerpica sulla sconfitta

le donne hanno ago

per stare ferme al telaio

tessendo i semi della viltà

le donne hanno sinfonie

di una casa lontana

le donne hanno la morte

persa nel sentiero

quando la luna eclissa

le donne le donne

uccidono la mia sconfitta

 

 

nono passo

(cade la terza volta)

 

 

era facile parlare

all’ombra di un cespuglio

tra me e me

dire della lingua

che è penetrata in un corpo

che non ha più sete

quando le foglie cadendo

hanno trasparenze di meduse

ho raccolto grumi di sangue

per erigere il mio castello

nessuno mi farà desistere

dalla città del dolore

dove rubo la purezza degli occhi

e la cenere

è il  vestito della mia fierezza

abito nel centro del mito

la profondità del vento

incatena la sofferenza  del comando

parlo tra me e me

all’ombra di un cespuglio

a dire che non so se sono potente

o sola

 

decimo passo

(spogliato delle vesti)

 

 

mio padre

mi lasciò un suonatore di violino

che fuggì via

quando seminai  desideri

sul mio balcone

venne un giovane uomo

dal mondo del nord

e poi un altro

dal mondo del sud

provarono a suonare il violino

sul do persero  la prima corda

sul re persero la seconda corda

sul mi persero  la terza corda

sul fa persero la quarta corda

persero il concerto della mia virtù

mi posi al balcone

con il violino senza corde

la mia attesa  si confuse

con il  muto strumento

ma all’oppio notturno

l’arco si tese

e ricordò

la sinfonia della cometa

 

 

undicesimo passo

(inchiodato)

 

 

mia manca

il pane assaporato dagli aromi

mi manca

l’infanzia che cresce

mi manca

il fuoco che rischiara il terrazzo

mi manca

il buio che invita il richiamo

mi manca

l’allodola che mi veste da sposa

mi manca

la benevolenza di un pensiero

mi manca

il gemito di una presenza

mi manca

il fruscio della parola

mi manca

una poesia scomposta

mi manca

la mia lontananza

mi manca

la mia presenza

ma l’alba

è la mia  nuova terra

e la carità del mio esilio

 

 

dodicesimo passo

(morto)

  

 

disarcionata dai pontili

dove sono adesso?

ho intagliato un liuto

per sedurre germogli di tenerezza

cosa penso?

ho costruito un ventaglio

per intimidire le dolcezze

mi concedo di svegliarmi

voglio concludere l’ora del sonno

legata e domata

al mio segreto

nel luogo immenso dei passi lievi

dove l’acqua si frena per canneti fitti

alla fine delle colline

alta la fronte

voglio concludere l’ora del sonno

oltre la porta dell’ovest

  

 

tredicesimo passo

(deposto)

 

 

amici

sto leggendo i desideri arresi

difficile affiancare un cuore di passione

nei vostri resoconti

forse un amore potente

sarà il vostro legame

forse un amore infame

sarà la vostra mente

mentre un messaggio ignorato

sarà richiamo al cuore

il giorno

è più lungo dei vostri pentimenti

nella stanza del poeta

vi è un libro di carne

lì ho strappato la pagina

della mia solitudine

la misericordia ha elogiato l’ardore

del mio cuore sguainato

nella stanza

un liuto e un violino giacciono

sui versi d’amore

di una donna ormai nuda

destino di un pudore vivo 

viaggiatrice della porta dell’est

 

 

quattordicesimo passo

(sepolto)

 

 

non riesco a contare l’infinito

né i giorni del mondo

né  quanti  padri e madri abbia avuto

un frammento di storia mi possiede

ospitata in una prigione

senza grata

nascosta da brezza e da rugiada

nessuno mi ha perdonato

ma tutti quanti ho amato

non conosco uomini feroci

non conosco pensieri insidiosi

non conosco scritture sottili  

mi mostrerà il mio cuore

-ecco:  una donna onesta-

ma compiaciuta ed ebbra

affrontai superba la mia generazione

e non fui diversa senza errore

nessuno mi ha perdonato

ma tutti quanti ho amato

 

  

 

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