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FRAMMENTI

 

 

POESIE DISPERSE  *  PER DINA  *  LETTERE ANTICHE

 

pensieri e scritti giovanili

 

 

 


 

 

 

poesie disperse

 

 

 

I

per napoli

 

 

1

 

La nostra pietra più bella

frantumata

ed annerita per fuoco

lascia vedere letti deserti,

nessun sogno di carità è più possibile,

e deschi ricoperti di polvere.

E di questa polvere noi ci ciberemo

per giacere immobili sulla nostra terra, pietre di tufo.

 

2

 

No,

in noi non vi è nulla d’Africa!

Le abbiamo vestite di stracci

ed ora camminano per le strade che menano al porto

dove uomini estranei alitano odori di terre lontane.

Entra in noi dolcemente anima negra

nel sussurrato abbraccio del tuo canto.

La mia gente è il desiderio di cento popoli

né io mi vergogno, né gli altri.

 

3

 

Ci avvolgeremo nel panno e grideremo:

Cristo, facci sudare sangue!

Ma, nel silenzio,

un lamento d’amore come guaito di bestia

ci ritrova nudi del sudario senza immagine.

 

 

II

 

 

Ho retto il capo di Cristo

mentre lo scendevamo dalla croce

e ne ho lavato le ferite con l’acqua del mare

dove le alghe danzano al tempo della risacca.

Ne ho ripiegato la veste

dopo averne rammendato le toppe.

Anche la veste di un dio  ha gli odori della pelle

e i segni dei giorni e delle notti

distesi sulle pietraie o sui fiori di campo.

Ho mangiato trenta denari di pane.

 

 

III

 

 

Sorella,

ancora braccia senza amore

penetrano la tua dolcezza,

ancora si ripetono nelle tue viscere

i riti del seme disperso.

Ma non maledire gli uomini,

maledici la tua umanità.

 

 

IV

 

 

Follia,

quando libererai il cuore dell’uomo

dalla saggezza della morte

e lo condurrai al sublime del vivo spavento

per cui i cantori delle visioni

furono chiamati profeti?

 

 

V

 

 

Quando smetterete di percuoterci

e guarderete i nostri occhi

che hanno la natura delle vostre braccia?

No! Nulla è dissimile quando vive

ma noi vantiamo la superiorità della morte.

 

 

VI

 

 

E basterà, uomo del mistero,

il mio tempo umano per sconvolgere i silenzi

e ricondurre alla prima parola i pudori?

Vagai per una terra fatta di brandelli di cuore

ed il mio parlare fu il vento

ancora grave del sospiro dei moribondi.

ma temo le maree improvvise

e mi sconvolge il furioso parto dell’uomo vivo.

 

 

VII

 

 

Dio dei senza nome,

donaci la follia

per tracciare sui muri

i segni degli innocenti

e credere lamento

il frantumarsi delle pietre.

Non si può rifiutare per falso

il passo delle stelle.

Per questo, ancora,

le conchiglie ripetono motivi marini

interminabili

mentre si ritira il braccio

che volle misurare il termine

di un punto.

 

 

VIII

 

 

Madri della sventura,

i fanciulli sono lontani

dal credere furioso degli uomini!

Amano il gioco dei fantocci,

i cerchi lanciati veloci giù per la china

e queste grida di strage

li svegliano inconsapevoli

ed è tardi, troppo tardi

per partorire morti che risorgono.

 

 

IX

 

 

Erano fermi i vapori,

chiuse agli occhi le alcove,

improvviso era strazio o canto.

Ed io chiedevo di te, del tuo passo.

Temevo l’ombra che ti seguiva rapida,

temevo il fiato dei morti,

temevo la mia dolcezza.

Il cuore, il cuore,

sorella,

grida il sacrilegio di quei pasti umani.

Ma già non è più tempo di rimorsi.

Qualcuno ha secondato il pianto dei vivi,

con frode.

Ed ancora, tra ombre di sangue,

vado chiedendo il tuo destino

e senza pietà o rancore,

in pace,

velo l’inerte sguardo

dei carnefici e dei martiri

dell’inutile strage.

 

 

X

 

 

Gravi cadeste,

senza gridare morte

angeli di apocalisse.

D’uomo o di dio

il sogno di carne

a costringere a vita i cieli e i tempi

era già morte.

E chi vi attende,

non stupito, non folle,

chiede di quale ignoto

alitate la voce,

ora che di sangue innocente

siete coscienti immagini.

 

 

 


 

 

 

 per Dina

 

 

 

Anima la superstite vita

il tuo respiro disperso.

 

 

I

 

Ora,

nel tempo nuovamente iroso,

più tace la malia di morte,

più corrode la forma egregia del sogno,

più dispera la tattile arguzia,

mentre a me estranee,

ed è frode,

inconsolate anime vinte

dicono le danze antiche per i nuovi dei

e fuochi inconsunti adombrano le luci

e dietro le soglie, in penombra,

sembrano attenti vivi e morti

al giudizio che incombe terrificante

sulla mia negligenza.

Dico, ancora, di te.

 

 

II

 

 

Su pietre consunte da umani,

portatrice di angoscia,

trascinavi passi regali;

e attesi e veri i tuoi silenzi.

Geme nelle tue viscere

il mio destino impotente?

 

 

III

 

 

Raccoglievo tra le ore notturne

sussurri e odori per la nuova vita.

Qualcuno

scriveva l’ordine degli universi

e violava la mia morte,

in segreto.

E dal tuo viso ghermivo il vaticinio

e sul tuo corpo svelavo i segni dell'epica vita

e nel tuo abbraccio nascondevo,

oltraggioso,

la mia solitudine.

Tua era l’immagine di me invincibile e sazio,

ma ti dissi l’inganno.

 

 

IV

 

 

In te era il grido misterioso

per cui si compiono le desuete follie

come l’inganno della rosa scarlatta

o la marea aggressiva

che sempre graffia, a tua lussuria,

la pietra

o la disfatta di poca terra

infeconda alla carezza di lava

o ancora, la fuga

adolescente e inesperta

all’avanzare dei fuochi

o ancora, ancora,

il rantolo, mai dolce mai quieto,

per cui era a te caro

che io fossi cantore degli dei.

Ma non credere stanca

la mia poca parola;

tra sgretolii di pietra ancora raccolgo

l’abusata follia.

 

 

V

 

 

Al mio richiamo

per te impietosi incedevano

i compagni di odissea.

Sovrastava la loggia

l’immagine inquieta

e la tua mano calava timorosa

a chiedere voci al sortilegio,

passione alla rinuncia,

e, dolente,

sapevi mio l’assurdo,

mia l'imposta storia,

mia la vendicata notte,

mie le morti non dimenticate

e non piante,

mia nuovamente la creazione

e la vita.

Disperata,

nell’inconsunto pianto

insinuavi i miei giorni dispersi.

 

 

VI

 

 

Tragico ed infedele canto

era l’ode notturna dei silenzi.

Fermi sulla sponda infinita

chiedevamo turbamento

alle consuete menzogne

per voti di nuove stelle,

ed esaltavamo le paure

negli ardori stanchi

per inconsapevole fine.

Lontana,

hai udito nella notte il pianto

che accompagnò il candido volo

senza grido, nel sonno?

Ignara, ormai ignota,

contempli ovunque la tua immagine,

ricca di morte, incompresa.

 

 

VII

 

 

Di pietre deformi per incanto d’amore

vesti la pudica incertezza

quasi sospiro di terra sconosciuta,

mentre il signore della notte

s’accosta tumultuoso a chiedere conto

della tua incompiuta rassegnazione.

L’ombra, vista, temuta, amata,

vaga per templi e cunicoli oscuri

di riconfusi amanti,

rabbiosa all’affanno ingiurioso

di chi ti giace vicino.

Sfida il tuo desiderio

tra gli abbacinati aranceti

ora che infiniti soli,

per mio volere,

consolano la tua paura notturna.

 

 

VIII

 

 

Celava i tuoi passi lontani

la mirabile attesa,

irrequieta

per la mia inutile sapienza.

Fermo al termine del viaggio

ascoltavo il richiamo antico

insinuato tra i brusii e gli addii

o gli stanchi rimpianti

per speranze rigenerate.

Ancora si inseguivano

cantilene devote

e nuove promesse

e lamenti di pellegrini maledetti

protesi alle terre

nel giorno del perdono.

Era nuova sera animosa,

mentre i notturni tepori

angosciavano la tua virtù

pure schernendo la mia furia.

 

 

 


 

 

 

lettere antiche

 

 

 

a Vincenzo Dattilo

 

 

 

Vecchio gentile,

ora che la quiete, dici, ti avvolge -ed è quiete il sonno improvviso e grave del mistero- pure soffri ancora l’uso dimenticato del ricordo, la parola ordinata di Caos, la veglia terribile che attende al dopo del dolore.

Ed io, nel tuo detto, superbo avanti tempo d’uomo, ancora, e sempre, ti riconosco e ti ambisco nell’accento di purezza.

E, se non mi conforta, pure comprendo il dignitoso silenzio della tua sublime ma stanza vecchiezza e qui ancora ti ripeto, in abbraccio, le fantasie, i giochi di cuore, i cieli, il canto, a volte pigro, quando non è più nome di umano ma leggenda di uomo o di dio.

 

 

 

a Otto Prinz

meditazione sul calvario

 

 

 

Era di te il sentimento impossibile della morte: attesa in quiete, già nota.

Innocente creatura!

E più innocente l’anima dei giorni che accompagnano la tua età, incredula nella rassegnazione, stupefatta nel sogno, libera nell’amore.

Ed il sussurro di preghiera, incerto nella sua disperazione (Dov’è Dio?), candido nella speranza di rivelazione, conforta nel dolce stupore di una morte già vissuta e pianta come si piangono le cose di cui ci si illude avere paura.

 

 

 

a Enrico Cajati

 

 

 

Amare, amare senza parole e senza silenzi, amare nella umiltà, amare nella violenza, amare nella disperazione, amare nella solitudine, amare nella fierezza, amare nel sacrilegio, amare con un amore più inquieto della sua vita, più inquietante della sua morte.

Amare; e, poi, amare; ed ancora, e di nuovo, ed ancora, sempre, amare; dove, quando la tragedia incede a cadenza di danze, inarrestabile, frenetica, angosciosa, vile e sublime come canto d’amore per amare.

E questa follia di cuore ti conduce pure, quietamente, ai riposi, agli spazi non deserti e non pieni, ai tempi non avuti e non chiesti; di te preghiera resta la tua maledizione, il tuo vanto, la tua volontà di nulla,: l’innocenza.

Per questo amare tu, fratello mio, con superbia mendichi perdono: dio, se vi è dio, è più grande della sua immagine.

 

 

 

a Lucio Fontana

post eius mortem

 

 

 

Erano le stelle disposte nell’ordine degli ignoti; ora, mobili; e più nulla del nulla.

Intraviste oltre il margine del noto e dette cosa propria nella racchiusa immagine di una materia inerte, ma più ancora viva dell’ordine medesimo: generata e rigenerante; unica e molteplice nelle diversità; spazio e luce d’uomo non dimentico dei miti di Atlante.

Cosa volevi, fratello?

Cosa attendevi oltre la lacerazione del certo; quale alito speravi si sprigionasse dalla penombra; quale dio o uomo rivissuto ponevi emergente dai margini della memoria; quale rito proponevi a ricomporre il patto uomo-cielo nel sortilegio delle antiche storie?

Ma, forse, fratello, era ossessione della morte; dell'ordine misterioso che avoca a sé, per sé, la dispersione e la ricomposizione dei corpi; ed i nomi degli uomini, come le stelle, a filari o confusi, tracciati sulle lapidi, nascondono pulviscolo ed universi; e di te stesso più sono fatti, anche se non puoi dare conforto.

 

 

 

a Franco Girosi

 

 

 

Ancora le acque penetrano la violabilità delle pietre, porose e frastagliate come rifugio e violenza; ancora il fuoco rende sacrali le attese ed il cielo si sgretola e si plasma nell’inquieto adagio dei venti; è il tempo delle paure pure ignote, come dei momenti dimenticati e presenti.

Quale saluto accorre?

Forse l’urlo, comprensivo dei giorni segnati con il correre del cuore e le meraviglie della morte?

Forse la violenza, totale di rabbia e di angoscia, nei ritmi di preghiere improvvise, dimentica già di pietà, nel segno  di viltà e rancore?

E cosa resta, se non la misura del racconto, quando  affievolisce la voce: un residuo, come impronta lieve, consunta, segnata a graffi nel caos d’origine; che, pure, ancora, illude.

 

 

 

a Vladimir Zamfirescu

 

 

 

Chi attende nelle penombre, nei giochi della magia, negli incubi di una razza distolta dai nostri tempi e, pure, di essi palpitante?

Pulsa il cuore dei superstiti ed è dignità superba o, ancora, solo il terrore, o il simbolo del terrore: la maschera umanoide, impenetrabile eppure violata da occhi profondamente irosi, sofferenti e malvagi ad un tempo, ironici finanche; in contrapposizione di malinconie d’amore e di crudele violenza.

Avvince il soffio di una vita immersa nell’isolamento cosmologico dei crepuscoli che è ansia, che è vibrante segno di narrazione, di fiaba, di morte o di mito, che è repressa ossessione di sé e degli altri.

E tutto nel fantastico gioco degli ardori e delle sottomissioni, delle lunghe parole e dei fiati mozzi, del premere e dell’incedere: nella tensione dei corpi e nel detto delle voluttà fisiche e pensabili, così che non tace la volontà che dirompe le leggi ed è manifesto il ritmo dei tempi e la gravità degli assurdi.

 

 

 

a Cadiou de Condé

 

 

 

Dalla confusione delle acque e dei vapori e delle terre, ora, emergono nitidi i sembianti dei sempre vivi ed i contorni di una natura improvvisa, metamorfica, anelante il contrasto delle purezze e le voluttà della rigenerazione.

Ed il cielo dei giorni mortali -il tempo degli umani- si confonde nelle storie mitiche della narrazione dei primordi, degli sconosciuti ed invocati pretesti, nella osmosi ineluttabile che costringe ad identità di essere l’evento e la speranza, la dolcezza e la violenza, il sogno e l’impotenza.

Ed i pallori di morte ed i turbamenti di passione si animano del medesimo soffio di mistero.

 

 

 

a Marc Chagall

 

 

 

Scrivo di te scrivendo di lei poiché la tua pagina d’uomo ha i suoi colori, i suoi richiami, i suoi movimenti o giochi d’amore, i suoi occhi magarici, i suoi desideri, la sua grazia irrequieta, il suo incedere che rene immobile il tempo.

Tutto di lei è tutto di te.

Io la ricordo nel breve istante di u un incontro, sublime e gracile, ricca di inconfessate paure, di lacerazioni improvvise del cuore: era inerme, ed al suo amore offrivo lo sconvolgente delirio delle mie passioni.

E che sia sogno narrato, o la vita, o la morte, o un nome di donna, o il figlio, o il vento, o l’albero caduto, o il pianto, o il vero, o il falso, o l’inespresso, tu fortunato mortale, tra le rughe del volto e nell'occhio inquieto, nascondi e narri la sua immagine

 

 

 

a Marino Marini

 

 

 

Le corrose sembianze, devastate da una furia di sospiri lievi, di pianti irosi, di bestemmie, devastate d’umano, tendono lo sguardo ed il gesto al luogo della propria origine: il tempo.

Hanno imprigionato nelle viscere, terra di fuoco; hanno imprigionato nelle braccia, il desiderio; hanno imprigionato nella propria nudità, la purezza; hanno imprigionato, serrando le labbra, l’anima propria del dio.

E irrigidite, in sfida o promessa, attendono, pure, quasi, in pace, l’ultimo bagliore della luce: poi, ed allora con paura, libereranno il fiato della nuova vita per urlare, improvvise e superbe: -noi siamo, eterne!-.

 

 

 

a Stefan Caltia

 

 

 

Vortici di un vento freddo, rarefatto, come l’anima nello sgomento eterno della maledizione, lambiscono le ingenue maschere -quasi ricordo di infantili giochi tra spaventi e dolcezze- e cadenzano sibili, cantilene, rauchi sospiri, ignote voci infernali libere per sortilegio di solitudine.

Ultraumano sangue, pure invisibile, per vaticini, trasuda dalle scarne sembianze, dai segnati tratti di stupore, dalle mani artiglianti, dai gesti comprensivi e fermi;  ultraumano sangue capace di deliri più strazianti delle desolate invocazioni ad inutile morte.

Caltia, affranto amico, ghermito dal nulla in nessun luogo, impaurito, sconvolto, s’animano per tua colpa carezze inquiete ed assurde dedizioni d’amore e con te, per te, mi è ora cara l’angoscia del ricordo.

 

        

 

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